Dobbiamo prima ricordare
Siamo stati invitati a tenere una conferenza sul tema dell’EPBD IV, ed in particolare del futuro degli edifici residenziali, all’interno dell’evento casa 2025 di Volksbank.
Ho subito pensato che chiunque legga o ascolti adempimenti normativi in qualche modo si ponga sempre con una certa antipatia nei confronti di questo tema. Ho quindi voluto partire subito da un elemento emotivo che potesse mettere in sintonia l’ascoltatore con l’importanza del tema.
Questi grafici in particolare sono quelli legati all’andamento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera negli ultimi 160 mila anni con un focus dell’andamento dal 1700 ad oggi; sì hai capito bene, gli scienziati, tramite carotaggi nel ghiaccio artico, sono riusciti a determinare questo dato e il risultato è inquietante come puoi vedere qui sotto.


Ad ogni modo anche questo non basta, è troppo lontano dalla nostra esperienza. Sì, è vero ci stiamo tutti accorgendo dell’acuirsi dei fenomeni atmosferici, ci stiamo tutti accorgendo che dove andavamo a sciare o a slittare da piccoli oggi non ci possiamo più andare, ma spesso associamo queste esperienze a delle dinamiche naturali da accettare come ineluttabili o comunque non ci scomodano abbastanza per convincerci a cambiare qualcosa della nostra quotidianità, delle nostre abitudini e della nostra economia.
Allora sono andato a vedere come stanno le nostre amatissime Dolomiti, quelle che noi bellunesi percepiamo come medaglie al petto, che sentiamo come grandi sorelle che ci abbracciano e ci ricordano la nostra dimensione e trovo questo recentissimo studio del Cnr e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia in cui si evidenzia la drammaticità delle conseguenze di questo aumento di temperatura: i ghiacciai dolomitici sono dimezzati dal 1980 ad oggi e sono destinati ormai a scomparire senza possibilità di reversione.

Questa è solo la punta dell’iceberg di tutte le conseguenze che stanno generando i cambiamenti climatici e probabilmente tra quelle anche meno gravi. E se non bastasse questa evidenza non possiamo non guardare senza interrogarci tutto ciò che è stato fatto e si sta facendo in Europa e nel mondo a livello politico per porre rimedio e ridurre almeno gli effetti altrimenti imprevedibili di questi cambiamenti.
Lo sapevate che le politiche attive sul clima partono negli anni 70? Lo sapevate che l’accordo di Parigi per limitare l’aumento di temperatura medio globale sotto 1,5° è stato siglato da tutti i paesi riconosciuti del mondo? Ma per tutti intendo tutti eh e rappresenta il più ampio consenso mai raggiunto politicamente in tema di clima. Tutto questo non può che predisporci nella maniera corretta per comprendere più consapevolmente ciò che l’Europa sta per chiederci.

Verso un patrimonio edilizio a zero emissioni: la sfida e l’opportunità dell’Europa
Il settore edilizio europeo è al centro di una rivoluzione sostenibile. Con l’introduzione della nuova direttiva EPBD IV (Energy Performance of Buildings Directive), l’Unione Europea punta a decarbonizzare completamente il patrimonio immobiliare entro il 2050, trasformando radicalmente il modo in cui costruiamo, ristrutturiamo e abitiamo i nostri edifici.
Secondo la nuova normativa, ogni edificio dovrà evolvere verso la condizione di ZEmB (Zero Emission Building): strutture ad altissima prestazione energetica, alimentate in larghissima parte da fonti rinnovabili, con zero emissioni dirette di carbonio da combustibili fossili in loco.
Perché gli edifici contano così tanto?
Gli edifici in Europa sono responsabili del 40% del consumo energetico e del 36% delle emissioni di gas serra. È evidente che senza una trasformazione profonda di questo settore non sarà possibile raggiungere gli obiettivi climatici stabiliti dagli Accordi di Parigi.
Il 75% del patrimonio edilizio è inefficiente e necessita di interventi di riqualificazione. Da qui l’urgenza di una strategia nazionale chiara, che prenda forma nel PNRE (Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici), da presentare obbligatoriamente entro la fine del 2025 all’Europa da parte degli Stati membri e che dovrà contenere anche e soprattuto le modalità economiche con cui ogni stato intende mettere in atto il piano.
Come cambieranno le regole?
Tra le novità più significative della direttiva EPBD IV troviamo:
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- Traiettoria obbligatoria di riduzione del consumo energetico medio: – 16% entro il 2030 e -20/22% entro il 2035 ottenuto tramite la riqualificazione di almeno il 43% degli edifici in classe G.
- Dal 2030 tutti i nuovi edifici residenziali dovranno essere ZEmB, dal 2050 tutto il patrimonio edilizio dovrà essere ZEmB con delle eccezioni per edifici particolari come quelli tutelati.
- Introduzione del passaporto dell’edificio: una roadmap specifica che guiderà i proprietari nel tempo verso la riqualificazione completa del proprio edificio, con indicazioni sui costi, bonus, benefici e priorità degli interventi.
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- Nuova Attestazione di Prestazione Energetica (APE): armonizzata a livello europeo, con una scala da A a G, l’obbligo di calcolo del GWP (Global Warming Potential) ossia la quantità di CO2 emessa dall’edificio nel suo intero arco di vita e l’aggiunta della classe A+ per edifici attivi (che hanno bilancio energetico positivo ossia immettono più energia nel sistema di quella che consumano).
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- Obbligo di installare impianti solari: a partire dal 2030 per tutti i nuovi edifici residenziali e parcheggi coperti a loro adiacenti.
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- Supporto alla mobilità sostenibile: predisposizione per la ricarica dei veicoli elettrici e stalli bici per ogni unità abitativa.
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- Spinta verso edifici intelligenti: raccomandati sistemi capaci di adattare i consumi in funzione dell’uso reale e della produzione in loco.
- Dismissione delle caldaie a combustibili fossili dal 2040.
Una sfida ostica, ma un’opportunità epocale
Attuare tutto questo richiederà investimenti consistenti che l’energy Efficiency Report del Politecnico di Milano stima in oltre 180 miliardi di euro entro il 2030 solo in Italia con un tasso di ristrutturazione stimato dall’Europa del 2,5/3% annuo ma anche un cambio di paradigma culturale: occorre superare ostacoli amministrativi, tecnici, economici e quindi sociali, in un’ottica di collaborazione tra cittadini, istituzioni e professionisti. D’altro canto non mi pare che ci siano alternative se non accettare passivamente le conseguenze poco immaginabili dei cambiamenti climatici e quindi dell’ordine sociale ed economico del pianeta.